sabato 11 ottobre 2014

Chains and Broken Dreams

POV Will

I fogli bianchi, spogli, mi chiamano, mi tentano. Devo riempirli con parole, parole leggiadre ed eleganti, parole che incantino la gente, ma soprattutto parole che esprimano ciò che provo.

Non è che io non sappia parlare o esprimermi, io non voglio farlo. Perché le parole volano, ma gli scritti restano. E poi le parole sono inutili, la maggior parte delle volte: il corpo umano sa come esprimersi, è un metodo ancestrale il linguaggio del corpo, ma ormai è stato soppresso e sostituito ben volentieri dalle parole, un sacco di inutili parole.

Le parole non sono inutili quando sono musica. Ma non nel senso del suono.

Perché è così. La musica mi ha stregato. Sarà una cosa normale per la maggior parte degli adolescenti, ma io non voglio essere "la maggior parte". Io non voglio essere un numero.

Non è che io voglia essere qualcuno, ma io voglio essere me stesso. Mi troverete presuntuoso, *perché voglio essere ricordato. Voglio che, quando morirò, la gente si ricordi di "quel ragazzo di nome Will, Will Valentin".

E lo so, cosa state pensando. State pensando a me come ad un diciassettenne che si crede e vuole essere qualcuno, che non ha capito nulla della vita e non ha ancora smesso di fare capricci infantili e impossibili.

E potete pensarlo, potete farlo, e io non vi dirò che non è così. Perché è così. Così dannatamente sbagliato da diventare giusto.

Vi state confondendo, non sapete più se darmi ragione o darmi addosso. Vorreste dirmene quattro, salvo poi per pentirvene. Io vi dico solo: fate un lungo respiro. Non siete i protagonisti.


Riscrivo il primo verso della poesia almeno undici volte, non è strano, ma stavolta non riesco a visualizzare il risultato nella mia mente.

Sento lo sguardo di Nate su di me, brucia. Quel ragazzo.
I suoi occhi, i suoi terribili occhi nocciola, morbidi e vellutati, scorrono sul mio corpo, soffermandosi sulle mie mani nervose, che scrivono e cancellano, su quel quaderno così anonimo.

Ho imparato a ignorare gli sguardi della gente, quella gente che non sa fare altro che fissare un adolescente dinoccolato, così alto da venir chiamato "giraffa" e dalle gambe lunghe e affusolate come quelle di un puledro.

Non mi sono mai vergognato del mio aspetto, riuscendo a ridurre la goffaggine ad un brutto ricordo.

Eppure non mi abituerò mai allo sguardo di Nate. Perché è mio amico, perché mi conosce, perché mi ha dato una parte di sé e io gli ho concesso una parte di me.
Non ho chiesto tutto questo, ma è successo.

Tutti pensano che sia io quello complicato, solo perché nessuno ha la voglia di soffermarsi su chi ci è vicino.
Ammetto di non essere una persona semplice, ma Nate, non è più un libro aperto per me.
Avevamo undici anni, quando ci conoscemmo. Fino ai quattordici, Nat era così prevedibile per un occhio allenato come il mio! Ma poi si fece più sottile. Meno prevedibile. Riservato.

E quando non ce l'ha stampato in faccia, mi è difficile cogliere i suoi pensieri.


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Note dell'autrice:
pensavo di non farcela, e invece ce l'ho fatta! Sto morendo di stanchezza, ma resisto, pour vous!
*La parte in cui Will dice che vuole essere ricordato, è molto ispirata a Colpa delle stelle, non ci posso fare nulla! Ci saranno accenni di un po' di tutto, se mi ricordo vi metterò la fonte (brani, libri,film, musica, manga, ecc).
Bon, non ho altro da dirvi. Baci

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